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Sapevo chi era Cecco Bellosi ma lo sapevo solo a livello nozionistico, così come sapevo chi era Adriana Faranda e Valerio Morucci. Che poi “sapere chi era” equivaleva solo a sapere un loro limitato pezzo di vita, circoscritto dalla parola “brigatista”, che è molto riduttiva. Non è che sapessi chi erano veramente, che gusti avessero, di che segno zodiacale fossero, se fossero tipi sportivi o sedentari, le cose che sai di persone che ti sono vicine. Erano figure sulla carta stampata o su internet, mica gente che mi aveva fatto un favore personale o a cui io avevo preparato una cena. Ma poi, nel 2004, venni scelta per lavorare in carcere dal presidente della Federazione Italiana Shiatsu e così scoprii che la simpatica, insospettabile, irreprensibile segretaria dell’organizzazione era stata pure lei in carcere. Era stata anche lei brigatista.

Siccome quella ragazza la conoscevo bene, sapevo cosa le piaceva mangiare e sapevo che apparteneva a un segno di Fuoco, fui contenta di poter parlare a lungo con lei di Prima Linea, di Potere Operaio, delle Brigate Rosse e del carcere. Io avevo alcuni amici che avevano marginalmente militato “all’acqua di rose” in alcuni gruppi della sinistra extraparlamentare ma non erano stati in carcere e neanche erano stati imputati di reati, a parte uno che fu poi scagionato in quanto innocente. Le facevo un sacco di domande a cui lei rispondeva cortesemente ma si capiva che non era un argomento che le interessasse rivangare, a lei premeva soprattutto che io facessi del bene ai detenuti, del passato non amava parlare. Un po’ come Marcello Ghiringhelli, con cui strinsi una grande amicizia in carcere. Lui amava parlare, scriveva molti libri ma evitava di toccare l’argomento “brigatismo”. Ci volle un po’ perché capissi che loro non volevano, appunto, circoscriversi solo in quello e invece tutti chiedevano a loro solo quello. Così con Marcello, alla fine, parlavamo dell’infanzia, dello yoga, della passione sentimentale e delle attuali condizioni carcerarie. Poi, siccome io lavoravo nel campo della tossicodipendenza e quindi leggevo e studiavo molto sull’argomento, lessi “Piccoli gulag” che mi entusiasmò. “Piccoli Gulag” parla delle comunità per tossicodipendenti e le raffronta al carcere. Questo libro l’ha scritto Cecco Bellosi che è uno dei massimi esperti in fatto di recupero sociale perché è arrivato ad essere dirigente di note comunità in Italia e da moltissimi anni è direttore educativo della Associazione Comunità Il Gabbiano ODV.

Il suo scritto mi entusiasmò perché ci lessi una filosofia molto diversa da quella di tante altre comunità che avevo conosciuto e che non mi avevano per niente convinto. Anche se io, nel mio giudizio, ero piuttosto di parte perché stavo sempre da quella dei tossicodipendenti che si lamentavano molto delle classiche comunità, quasi sempre le abbandonavano e arrivavano a dire “guarda, era meglio il carcere”. Devo essere sincera, quelle comunità le avrei abbandonate pure io. Ero così entusiasta del pensiero di Bellosi che consigliai di andare al Gabbiano a due miei carissimi amici. Questi due amici erano irriducibili eroinomani che si avvicinavano ai quarant’anni e che erano sempre fuori e dentro da carcere, comunità, ospedali e Narcotici Anonimi. Tutti davano per scontato che non ce l’avrebbero fatta. Tutti tranne me che li conoscevo bene e sapevo quanto valessero. Entrambi, quindi, fecero domanda di essere accolti e la domanda fu accettata. Io ebbi modo di frequentare parecchio la sede del Gabbiano di Olgiasca di Colico (LC) e ne fui conquistata fin dalla mia prima visita. Ricordo che avevo preso il treno e che era venuto a prendermi alla stazione uno dei miei due amici tossici, nonostante fosse lì da pochi giorni lo facevano uscire da solo e gli avevano pure dato un’auto per raggiungermi. Una volta arrivata alla grande villa sul lago, fui presentata a una simpatica signora che era l’operatrice di turno. Ma fui presentata in maniera piuttosto informale, così come si presenta un’amica a un’altra amica che è la padrona di casa del luogo dove sei andata a fare un picnik. Con questa simpatica signora chiacchierammo per un po’ a tu per tu, le chiesi come funzionava lì dentro e come dovessi muovermi io come visitatrice. Ma non c’erano molte regole che io dovessi seguire, in pratica mi fu detto che potevo muovermi come volevo. Più che altro mi venne chiesto se mi andava bene quello che avevano preparato per pranzo. Questo clima di accoglienza e di fiducia mi commosse. Io avevo visitato parecchie comunità per andare a trovare amici miei lì ricoverati e avevo sempre dovuto aspettare che passassero molti mesi prima di poterli vedere. Ero passata al vaglio di incontri con responsabili non sempre affabili e mi erano state imposte un sacco di regole comportamentali e mi erano state fatte un sacco di domande personali. Nessuno si era mai preoccupato di chiedermi se mi andasse bene mangiare polenta e brasato. E, soprattutto, nessuno si fidava dei miei amici lì ospitati tanto da farli muovere liberamente, perfino in auto.

Lì al Gabbiano feci amicizia con un sacco di tipi simpatici, gli utenti e anche un bellissimo cane e questi utenti mi trattavano come doveva essere, ossia da pari a pari. Nelle altre comunità, quando arrivavo e venivo presentata come una visitatrice e non come una nuova ospite, prendevano tutti una formale reverenza nei miei confronti, come fosse meglio comportarsi così, come se il mio eventuale giudizio su di loro potesse, in qualche modo, influire sul loro percorso o come se il fatto che io non mi fossi mai drogata rendesse me una persona migliore di loro, automaticamente. Mi ci voleva impegno, tutta la mia verve per fargli capire che potevo essere anche simpatica e non ero pericolosa. Allora mi guardavano con divertimento ma sempre con un’ombra di diffidenza perché pensavano che, in qualche modo, potessi fregarli. Erano molto diffidenti. La stessa diffidenza che la comunità esercitava nei loro confronti. I miei due “irrecuperabili” amici si sono sorprendentemente recuperati, a dispetto di chi non avrebbe puntato due lire su di loro (infatti molti gridarono al miracolo). Quello che stava a Colico ha trovato lì, fra le utenti, il grande amore della sua vita con cui convive da più di diciotto anni. Entrambi sono “puliti”, hanno un sacco di cani e di gatti, lei lavora, lui ha lavorato finchè la salute glielo ha permesso, vivono in un paesino in una casa in affitto e si amano tanto. L’altro, che fu assegnato alla sede di Pieve di Fissiraga (LO), si recuperò e coronò il sogno della sua vita. La sede di Pieve collaborava con un canile attiguo alla comunità e lui aveva sempre adorato i cani, il suo desiderio era fare l’addestratore. Lì ebbe modo di sperimentare sul campo che effettivamente era dotato di quel quid particolare che lo metteva in sintonia con i cani e adesso ha una sua onlus dove addestra cani definiti pericolosi. Ha avuto la fortuna di incontrare la sua compagna, una che è terapeuta per cani, e insieme hanno creato un luogo dove ricoverano cani “cattivi” e cani storpi che nessuno più vuole. Hanno anche avuto una bellissima figlia che è cresciuta in mezzo a mastini definiti feroci e a cui lei, da piccola, tirava le orecchie senza che le succedesse niente. Oppure correva con i cani storpi che avevano il carrellino e faceva il bagno con loro nella piscina per la terapia in acqua.

Ecco, io volevo ringraziare Cecco Bellosi, che continuo a non conoscere di persona e di cui, ancora, non so il segno zodiacale. Non tanto perché ha aiutato due dei miei più cari amici perché avrà aiutato così tanta gente simile che avrà pure perso il conto. Volevo ringraziarlo perché ha aiutato me. Mi ha aiutato ad avere fiducia e speranza nel percorso comunitario, a credere che ci possano essere luoghi di aiuto senza che per forza debbano essere posti di cui la gente dica “era meglio il carcere”. Luoghi dove vieni considerato una persona, una persona con le sue caratteristiche, una persona che, come tutti, può cadere e può rialzarsi, indipendentemente che sia tossicodipendente oppure no. Mi ha aiutata a capire che è sempre meglio aiutare al posto di giudicare o di avere idee preconcette. Non so se Cecco avrà il tempo di leggere questo mio lungo post, una delle mie caratteristiche, impunemente chiamata “difetto” da parecchi, è quello di scrivere tanto. Ma ci tenevo a ringraziarlo, anche se chissà quanti ringraziamenti ha ricevuto in vita sua, perché la vita scorre veloce ma non bisogna mai dimenticare di ringraziare chi ti ha aiutato.

Grazie.